DIVERGENZE MEDICHE

Io, Giulia e Sara siamo tre amiche di vecchia data. Non vecchie, guai a voi se ci definite così! Siamo tre splendide 45enni… è la nostra amicizia che può essere definita vecchia; è nata infatti ancora sui banchi di scuola delle superiori. Erodoto e la correzione delle se versioni al mattino (o meglio, la copiatura dalle più secchione) è stato l’iniziale collante tra di noi. Poi le uscite, il mare, gli sci … e infine la medicina. E ora ci ritroviamo dottoresse in medicina. Spesso ci guardiamo in cagnesco … a volte brontoliamo una contro l’altra. Perché? Perché lavoriamo in ambiti diversi, ingiustamente contrapposti: io medico di medicina generale, Giulia medico di Pronto Soccorso e Sara in un reparto di Medicina.

Ci definiamo Qui – Quo e Qua.
Qui: perché l’ambulatorio del medico di famiglia è una certezza, è qui e ora.
Qua: perché l’ambulatorio del Pronto Soccorso è qualcosa di immanente, sempre presente
Quo: da “quo vadis?”, la domanda che spesso si fa il paziente mentre dal Pronto Soccorso attraversa strani tunnel e cunicoli per arrivare in un reparto ignoto.
Io – medico di medicina generale– lavoro tantissimo: chiamate in ogni dove (sul fisso dell’ambulatorio, di casa, sul cellulare, addirittura una volta anche sul cellulare di mia mamma avuto chissà come … ), certificati innumerevoli, visite domiciliari continue, consigli globali anche di carattere personale.
Giulia – medico di Pronto Soccorso- lavora tantissimo: notti insonni, pazienti a volte maleducati, urgenze che ti si aggrappano all’anima, pianti nei fallimenti, a volte vede così tanti pazienti uno dopo l’altro che si dimentica del suo globo vescicale, carte da compilare, protocolli da memorizzare …
Sara – medico di reparto – ha tantissimo lavoro: turni, guardie, colloqui infiniti con parenti non sempre ben disposti, terapie da aggiornare, cartelle da compilare, schede su schede da fare, pazienti da visitare che si moltiplicano per la carenza di personale con colleghi assenti, emigrati o in aspettativa, esami da controllare, piani terapeutici di fare.
Insomma, tutte e tre oberate di lavoro, ma tutte e tre profondamente innamorate della nostra professione, ciascuna sostenitrice del proprio ambito.
E così, il sabato sera, davanti a tre shot di tequila (abbiamo deciso che è la condizione “sine qua non” per insultarci), partono le recriminazioni.

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“Giulia, però, cavolo … mi è tornato in ambulatorio quel paziente che hai visto tu in pronto soccorso poco prima per avere il certificato di malattia…e farglielo?? … ti costava troppo? …sai che è un tuo dovere… E che cavolo!”
Giulia ci pensa. Butta giù il suo shot, mi guarda con i suoi occhi neri profondi e mi dice:
“Hai ragione. Stavo per farglielo quando è arrivato un politrauma … ero l’unico medico del pronto soccorso perché il mio collega si trovava in area d’emergenza per un’altra urgenza … e il paziente – e anche lo capisco – non voleva aspettare ulteriormente perché era stanco e voleva andare a casa e mi ha detto – mentre correvo nell’altro box – che preferiva passare più tardi da te …”.
A questo punto, butto giù veloce il mio shot di tequila e penso che spesso le mancanze del collega hanno motivazioni valide se ci impegniamo a cercarle.
Ore è il turno di Giulia di rimproverarmi. “Ma anche tu però … cosa cavolo mi mandi quella tua paziente con tosse da tre settimane?”
“La signora Merighi, intendi?”
“Si, proprio lei!”
“Ma scusa, non hai letto la relazione con cui te l’ho mandata?”
“Veramente no, non l’ho letta…avevo fretta…effettivamente la paziente mi aveva dato un foglio di carta …”
“Brava allora. Pensi che l’avessi scritta per passare il tempo?! Ha tosse da tre settimane, ma emottisi abbondante dalla mattina …”
“Quello non me l’ha detto a dire il vero…”
“Immagino … è una donna timida e riservata …quasi si vergogna dei suoi malanni… con me si è confidata perché ci conosciamo da anni e ha confidenza … per questo avevo scritto tutto nella relazione per l’ospedale …”
“Ok … ti chiedo scusa… ammetto che spesso sottovaluto le vostre relazioni d’accesso in ospedale … Domani vedo che iter diagnostico ha avuto in quanto l’avevo poi lasciata in consegna alla collega”.
Ora Sara guarda Giulia. “So io che fine ha fatto. E’ stata spedita in ricovero in medicina senza neanche una radiografia, un’emogasanalisi, nulla di nulla”.
Giulia allora ricorda la notte di passione che gli ha riferito il collega del turno notturno e che gli ha riferito la mattina dopo: “…ora ricordo… il collega ci ha parlato del ricovero fatto durante la notte… non avevo collegato fosse la paziente che avevo appena iniziato a vedere … presentava ipossia e all’ecografia aveva un grossolano addensamento polmonare … come vedi qualche accertamento l’ha fatto. E poi quella notte ha dovuto gestire un paziente con aneurisma dell’aorta addominale che l’ha impegnato parecchio..e per evitare che la signora rimanesse troppo tempo su una barella del pronto soccorso, ha preferito ricoverarla avendo già tutti gli elementi che ne giustificavano il ricovero, visto anche la sua stabilità emodinamica.”
Sara guarda Giulia, Giulia guarda me e tutte e tre ci sentiamo un po’colpevoli delle nostre recriminazioni che – alla luce delle spiegazioni – non sembravano più tanto giustificate.
In contemporanea allora alziamo la mano e diciamo: “Cameriere! Un altro giro di tequila, por favor!”
Ci guardiamo e ci sorridiamo a vicenda.
Ora qualcuno che entra nel locale attira la nostra attenzione. E’ il collega della Direzione Sanitaria. Che dite … giustificheremo anche lui?
“Arriba, al centro y pa dentro!”

2 pensieri su “DIVERGENZE MEDICHE

  1. Meraviglioso racconto! Unica pecca, a mio modesto avviso, é chiamarsi medico di base. Questo termine é arcaico e non corretto. Ira c’è la medicina generale. Unico vecchio appellativo che può essere continuato ad essere usato è medico di famiglia. Ma per piacere, medico di base… No!
    Grazie per il racconto… In tequila veritas! Parlare, parlare, parlare. Condividere sempre i nostri punti di vista.

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