LA LIBERTÀ DELLA LUNA

Ho rotto il femore.

Capita, dai. La vecchiaia, l’osteoporosi, ti muovi male per l’artrosi all’anca, quella gamba della sedia in mezzo ai piedi, ed eccomi qua per terra ad aspettare l’ambulanza guardando il soffitto.

Ho il pulsante appeso come un gioiello al petto, ho premuto e arriveranno. Non lo volevo neanche quel chiama-aiuto, è stata mia nipote ad obbligarmi. “Se proprio vuoi vivere solo, almeno tieniti quello”. E io, una vita da comandante nelle navi, ora devo obbedire.

Certo che sarebbe da ridipingere quel soffitto, è diventato ormai quasi grigio. Magari lo farò quando torno a casa. O forse no, la stessa nipote comandina, mi ha tolto la scala e mi ha proibito di salire sulle sedie. “Non hai mica 20 anni” mi dice, come se non lo sapessi.

Ecco qua. Trasportato in ospedale, inquadrato, irradiato, operato e mobilizzato. Ora sono in una spa. Magari, volevo dire in una rsa. Vogliono capire quanto recupero. E io recupero. Cammino, certo piano piano e con appoggio, ma cammino, recupererò. Qua cominciano a farmi strani discorsi però. Come fa a stare a casa sua…tutto solo… ha bisogno d’aiuto… attiviamo sid sad fab adi pui… ehhh? Non capisco niente. Eppure ho rotto il femore, non la testa, mi pare.

Poi sento nominare la casa di riposo. Casa di riposo??? Ragazzi, non scherziamo. Ho un cane a casa che mi aspetta, ho un mare di libri non finiti nella libreria, ho una bottiglia ottima di cabernet franc in cantina che devo ancora aprire. Quindi non scherziamo.

Si avvicina una tipa strana. Dice di essere un’assistente sociale, chissà se è vero. Mi chiede di casa mia, dove dormo, come mi lavo, come farò da solo. Le chiedo di identificarsi. Non è che questa mi vuole rubare tutti i miei soldi? Mai fidarsi, si sente di questi furfanti che girano per gli ospedali. La caccio via. Poi arriva una dottoressa che mi trova un po’ confuso. Mi chiama Gianluigi, le dico che io sono Claudio … controlla, e si scusa, doveva parlare con il mio vicino di letto. Pertanto, la confusa era lei.

Passano i giorni. Arriva mia nipote. Mi comunica con timore che ha fatto domanda per la casa di riposo. Guardo il calendario. Non siamo il primo d’aprile ne carnevale.

“Vacci tu.”

“Ecco vedi che non stai bene..rispondermi così… a me che ti voglio tanto bene”. Ora basta. Firmo e torno a casa.

“Non può, aspetti qualche giorno, ancora un po’, ripuliamo la casa, aspetti… ”

Poi mi cambiano di stanza. Vado in un altro piano, più lontano. Il servizio è quasi lo stesso. Ma è un po’ diverso … qualcosa non mi torna… il mio nuovo vicino dice di essere qua dal 2014. In RSA non mi risulta che tengano così tanto.

Quella stronza di nipote… intanto da domani la diseredo. Subito.

Chi posso chiamare, cosa posso fare.

Voglio il mio mappamondo per immaginare viaggi in posti lontani. Voglio la mia libreria per vivere altre vite. Voglio il mio bagno per potermi sedere in pace tutto il tempo che voglio senza che qualcuno bussi per chiedermi se va tutto bene. Voglio un taglietto di vino di quando in quando. Voglio fissare il quadro di Cortina che mi piace tanto.

Il mio vicino ha bisogno di stare qua. La signora di fronte a me a pranzo pure. Ma io no. Ho bisogno di tornare a casa mia. Qua sono tutti splendidi. Gentili. Cortesi. Ma voglio casa mia. La sera mi appoggiavo sul davanzale e guardavo la luna. Quella luna che osservavo quando sulle navi andavo lontano. La stessa luna di quando ero bambino. Qua c’è una terrazza per guardare fuori. Ma non riesco proprio a vedere la luna. Aspetto, sogno, e penso. La vivo come una galera. Mi sento confuso, strano. Forse dovrei parlare con qualcuno. Ma di cosa, cosa posso fare, cosa posso dire, chi mi vuole sentire… forse la mia vita ormai è finita. Queste gambe hanno fatto il loro, queste braccia che tanto hanno lavorato, ora servono a poco. Anche la luna ho perso. Provo a sporgermi dal parapetto. Mi sporgo, devo vedere quella luna. Forse è proprio là, in fondo a quella pozzanghera laggiù dove sto precipitando.

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